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LA SPEDIZIONE

DEI

MILLE E UNO





























Ogni riferimento a fatti, persone esistenti o morte è puramente causale.


































La contessa Giusy Altamura si alzò di mattina presto. Quello era un giorno speciale. Diede ordine alle cameriere di preparare la sala da pranzo. Mettere fiori con colori di bianco, rosso e verde. Allertò i cuochi di preparare un pranzo luculliano con vini rossi e bianchi e di mettere sul tavolo venti bottiglie di champagne francese.

Siamo nel palazzo Dora d’Angri che si trova davanti al palazzo Caraffa sulla via Toledo.

Era il sette settembre, a quel che si diceva, Garibaldi sarebbe stato lì per annunciare l’annessione del Regno delle due Sicilie all’Italia.

Già sulla strada davanti al palazzo incominciavano ad affluire un bel numero di persone con bandiere striscioni, tipo stadio e foto in bianco e nero per l’occasione tipo: W L’Italia, W Garibaldi e W Cavour.

Il giornalista John Berry del Washinton Post, insieme al giornalista Gennaro Travaglio del Mattino erano stati i primi a presentarsi al palazzo ed a intervistare la contessa Giusy.

La contessa era alta un metro e settanta, indossava un vestito della stilista Rosy Moon, aveva cappelli neri e lunghi con un viso di una bellezza fuori dal normale.

“Prego signori, sono pronta”, disse sorridendo.

“Lei ha già incontrata il generale Garibaldi? , chiese Travaglio G.

“Certo. Siamo buoni amici. L’ho incontrato molte volte, e soprattutto grazie alla contessa Giulia che sono qui per farlo sentire a casa. Sì, lo so. (sorride)

Di sicuro penserete a qualcosa di peccaminoso. Smentisco nel modo più assoluto. Sapete bene che oltre a Peppino ci saranno i capi dei partiti che hanno vinto le elezioni da Berlusconi a Salvini e Di Maio ( mai dire maior), capo indiscusso dei 5 stelle”

“Dimenticate Renzi”, chiese Berry.

“C’è anche lui. Un poco defilato. Non ha voluto mancare alla sfilata nazionale. Fra poco incomincerà la festa e vedrete che tutti ma proprio tutti vorranno stare lì sul balcone a festeggiare la nuova Italia.

Ma questo sarà da qui a venire”

“ Grazie.”, risposero entrambi

“Vi emozionerò tutti, ma proprio tutti”, concluse Giusi.




PROLOGO


Il mio nome è Silvio. Lo so, per voi non è sufficiente sapere chi sono: di Silvio ce ne sono parecchi in giro. Pellico è stato un eroe. Eduardo certamente lo associate a De Filippo e così Silvio lo assocerete all’uomo della Provvidenza. Nei libri di storia non troverete il mio nome tra i mille garibaldini, eppure c’ero. Sì, sono io l’uomo in più. Del resto, sapete bene che senza la mia presenza la spedizione dei mille non avrebbe mai potuto aver luogo, né sapete quello che ho passato per far in modo che tutti andassero d’accordo. Se era di questi tempi avrei annullato quella spedizione e ne avrei creata un’altra più funzionale al progetto. I bergamaschi, che erano appena nove o dieci, pretendevano di avere delle garanzie per la costituzione di una lega lombarda. In poche parole volevano che promettessi la liberazione della Padania. Ed erano solo nove ma mi hanno minacciato che avrebbero aggregato al loro gruppo i veneti e i piemontesi. I centristi, che erano un folto gruppo, volevano conquistare prima Roma per sedersi sullo scanno del Parlamento e porre le basi per una grande convergenza di ideali storici e europei per un Europa, libera e liberata. Li ho ascoltati. Ma tutte queste convergenze avrebbero portato a delle divergenze d’influenze estero ed ortodosse che avrebbero vanificato lo sforzo del pensiero liberale tale da portare all’implosione del Centro e alla sua distruzione. Cioè, come dice il grillo parlante: parole, suffissi, prefissi, lineari, storici, paralleli per non far capire un cavolo all’interlocutore. E poi c’erano i sudisti, i così detti Africani del Nord, che volevano la solo liberazione della Sicilia in modo da costituirsi come stato libero e indipendente.

Per fortuna che allora non c’erano i comunisti. I socialisti sì! Garibaldi era tra questi. Non era un socialista puro. Era transgenico, cioè passava da una fase di socialismo rivoluzionario che abbracciava l’Europa intera a una fase di socialismo ragionato. Inaffidabile da ogni punto di vista. Nonostante ciò, mi è servito allora per essere accettato come una componente importante della missione, e in futuro per la mia formazione di collage o collante di formazione e pensieri variegati.

Il sapere accontentare tutti e dare quelle piccole soddisfazioni che anche un incarico di terzo o quarto livello fosse gratificante. Il parlare calmo ed intermittente senza avere alterazioni e consentire a me (alla Bettino) di dire cento parole e agli altri quattro o cinque.

Tutti mi vogliono bene, da Pollanca, intendevo dire Paul Anka. Sì, il cantante americano. Quello che canta ogni volta ogni volta che parto... alla Fede che non mi manca mai e che mi è stato sempre a fianco. Nel mio pensiero c’è stato sempre il bene della mia Patria: l’Italia.

Sì, in quei tempi era solo un embrione, non ancora sviluppato con tutti questi ducati e piccoli stati. Potevamo mai competere con la Francia e la Germania? (N.B. Alemagna è stata sempre una spina nel fianco anche allora).

E così sono sceso in campo anche se qualcuno mi ha gridato: ne potevi fare a meno. Questo sarà la storia a giudicarlo.

Il mio nome è Silvio. Per la precisione Silvio Oliviero da Costa, così evitiamo confusioni parallele e futuristiche. Ah, dimenticavo! Sono lombardo, quindi italiano. Il cognome è di mio padre, portoghese. La mamma naturalmente è italianissima, cioè lombarda.


















LA SPEDIZIONE DEI MILLE e... uno




Giuseppe Garibaldi andava avanti e indietro nel corridoio con le mani congiunte dietro la schiena


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